Costi fissi e costi variabili

Una delle classificazioni dei costi più utilizzata nelle analisi economiche è quella che distingue i costi in fissi e variabili con riferimento ai volumi di produzione o vendita.

Definizione di costo fisso

Sono costi fissi quei costi che non variano nel loro valore totale, sia che io produca zero, sia che io produca la quantità massima che la mia capacità produttiva mi consente. Prendiamo come esempio un bar: il costo dell’affitto, il noleggio della macchina da caffè e la tassa di occupazione suolo pubblico del dehor sono costi fissi.

In altre parole che io abbia il bar vuoto o il bar pieno al massimo dei clienti che può contenere, i costi fissi mensili non variano.

In un grafico con le quantità prodotte sull’asse orizzontale (X) e i valori economici sull’asse verticale (Y), i costi fissi totali di periodo (mese, anno) possono essere rappresentati da una linea costante che per qualunque quantità tra zero e il massimo della capacità produttiva assume lo stesso valore monetario.

Grafico-costi-fissi

 

In formula, ad esempio:

Costo Fisso Totale = 10.000

Definizione di costo variabile

Sono costi variabili quelli che, nel loro ammontare complessivo, variano proporzionalmente al variare della quantità. Saranno zero per una quantità pari a zero, un “tot” per una quantità pari a uno, due “tot” per due, e così via in modo direttamente proporzionale. Quindi, sempre per il bar, il consumo di caffè, zucchero, acqua, detersivo sono costi variabili.

In un grafico i costi variabili totali sono illustrati da una retta che parte dall’origine dove, a una quantità nulla, corrisponde un costo uguale a zero. Questa linea cresce gradualmente e sarà tanto più inclinata quanto più è alto il costo variabile unitario.

Grafico-costi-variabili

In formula, ad esempio:

 Costo Variabile Totale = costo variabile unitario * quantità

CVT = 500 * q

Esistono poi i costi semi-variabili, che hanno una componente fissa e una componente variabile. Un contratto telefonico che prevede il pagamento di 20 € fino a 500 minuti e 4 Giga di dati e una tariffa unitaria al superamento di queste soglie è semi-variabile.

Definizione di costo totale

Avendo classificato i costi in fissi e variabili il costo totale sarà pertanto costituito dalla somma, per ogni quantità, della quota di costo fisso e della quota variabile.

Nello stesso grafico sarà quindi una retta che parte dal valore del costo fisso totale e cresce, per ogni quantità, del costo variabile unitario.

In parole semplici (e vietate in matematica), sposto il “triangolo” che rappresenta i costi variabili sopra il “rettangolo” che rappresenta i costi fissi, così ottengo la somma dei due.

Grafico-costi-totali

In formula, ad esempio:

Costo Totale = Costo Fisso Totale + costo variabile unitario * quantità

CT = CFT + cvu * q

CT = 10.000 + 500 * q

Breve e lungo periodo

In questa classificazione l’ottica dell’analisi è il breve periodo quando la capacità produttiva, cioè la dimensione strutturale dell’azienda, è definita e non la metto in discussione con scelte strategiche di ampliamento o riduzione.

Infatti se ridefinisco la struttura dell’azienda anche i costi fissi diventano variabili. A fronte di decisioni relative all’ampliamento della capacità produttiva i costi fissi subiscono un incremento a “scalini” ripartendo da un valore più elevato.

Generalmente a questo valore corrispondono nuovi costi derivanti da:

  • ammortamento o noleggio di nuovi investimenti;
  • affitti ulteriori;
  • assunzione di nuovo personale.

Puoi osservare l’effetto sui costi fissi di incrementi della capacità produttiva nel grafico seguente.

Grafico-costi-fissi-con-diversa-capacità-produttiva

Costi progressivi e costi regressivi

In realtà i costi variabili totali non sempre aumentano in modo proporzionale rispetto alle quantità.

  • I costi progressivi sono quei costi il cui ammontare totale aumenta in modo più che proporzionale rispetto alle quantità prodotte. Esempio: la manutenzione o il costo del personale quando si utilizza il lavoro straordinario.
  • I costi regressivi invece, all’aumentare della quantità prodotta aumentano in modo meno che proporzionale. Esempio: i costi d’acquisto delle materie prime che, superate alcune soglie, beneficiano di sconti quantità.

Il grafico relativo a questi costi è il seguente.

Grafico-costi-progressivi-e-regressivi

Per semplicità, nella classificazione, questi costi vengono considerati variabili in modo lineare, ma è importante sapere che esistono, perché se nella tua azienda questo tipo di costi fosse prevalente, approssimarli con costi variabili in modo lineare potrebbe essere impreciso.

Costi operativi, non operativi e discrezionali

La suddivisione dei costi in fissi e variabili si effettua generalmente per i costi operativi cioè per quei costi inerenti il mestiere tipico dell’impresa: produrre scarpe, servire pasti, realizzare software, ecc…

Anche i costi non operativi possono essere proiettati ma con alcune cautele:

  • gli interessi passivi bancari sono sicuramente un costo variabile ma non collegato ai volumi di vendita. Il loro ammontare dipenderà dal valore del debito con le banche;
  • le imposte sul reddito sono anch’esse variabili ma in funzione del reddito lordo.

Sempre tra i costi operativi esistono alcune voci che sembrano dipendere dai volumi di vendita mentre è vero esattamente il contrario.

Mi riferisco ai costi discrezionali cioè a quei valori che vengono programmati tramite una decisione, cioè:

  • pubblicità e promozione;
  • ricerca e sviluppo.

Mi spiego meglio: la pubblicità non dipende dalle quantità vendute. Semmai saranno le quantità a dipendere dalla spesa pubblicitaria. In una simulazione, questi costi possono essere considerati variabili, tenendo però presente che la relazione causa effetto è invertita, oppure possono essere trattati come il risultato di uno stanziamento deciso a priori e quindi come costi fissi.

Invece per i costi di ricerca e sviluppo opterei per considerarli fissi, dal momento che il loro risultato in termini di vendite si realizza solo dopo qualche anno.

Costi fissi e costi variabili: esempi

Proviamo ora a prendere in considerazione una serie di costi operativi per stabilire se sono fissi o variabili, tenendo presente che la stessa voce può assumere caratteristiche diverse a seconda del tipo di azienda.

Il test da effettuare per classificare correttamente un costo è questo: se questo mese ho un solo cliente oppure lavoro da “tutto esaurito” (massima capacità produttiva) il suo ammontare totale varia?

1) Materie prime e merci

È il costo variabile per eccellenza. Non cadere nell’errore di pensare “ma anche se non vendo, io le merci le acquisto lo stesso” perché il costo rilevante, per il principio di competenza economica, è quello del consumo e non quello dell’acquisto. Si calcola secondo la formula seguente:

rimanenze iniziali + acquisti – rimanenze finali = consumo

Quindi se compri ma non vendi il consumo è zero.

2) Energia elettrica

Su questa voce è necessario fare alcune precisazioni. L’illuminazione generalmente è un costo fisso perché le luci nel negozio e negli uffici le accendi anche se non vendi. La forza motrice invece è un costo variabile perché i macchinari consumano in proporzione diretta alle quantità prodotte.

Questa distinzione è abbastanza semplice in un’azienda industriale perché l’illuminazione è a 220 volt e la forza motrice a 380, e in ogni caso il costo di quest’ultima è preponderante.

Diventa più difficile effettuare una distinzione per un bar perché l’illuminazione, e quella quantità di energia che serve per tenere accesa al minimo la macchina da caffè, sarebbero un costo fisso, mentre tutto il resto, consumi del tostapane compresi, sarebbe variabile.

Ti propongo di considerare la parte prevalente: per un ufficio o un negozio è un costo fisso, per chi utilizza macchinari dal forno in su, è un costo variabile. Eviterei anche di andare a cercare la quota fissa sulle bollette.

3) Gas

Se la tua azienda utilizza il gas per cucinare, per lavare i capelli ai clienti con acqua calda o per effettuare lavorazioni è sicuramente un costo variabile. Altrimenti se il consumo di gas è limitato all’acqua calda dei bagni (e non hai una piscina aperta al pubblico) è un costo fisso.

4) Riscaldamento

Questa voce è generalmente un costo fisso. A meno che tu non abbia la possibilità, ad esempio in un hotel, di escludere dal riscaldamento le camere non occupate. La parte dei locali comuni resterebbe comunque fissa.

5) Acqua

Fissa per un negozio, ufficio, piscina. Variabile per bar, ristoranti e per le fabbriche che la impiegano nel processo produttivo.

6) Telefono e cellulare

Per un call center è il costo variabile per eccellenza, e lo è generalmente per tutte le aziende a meno che non si siano stipulati contratti “flat” a tariffa fissa.

7) Carburante

La benzina o il gasolio è il costo variabile principale per una ditta di autotrasporti o per un tassista, chiaramente non perché il prezzo al litro varia ogni giorno, ma perché il consumo è legato ai ritmi di lavoro.

8) Manutenzioni e riparazioni

Tutte variabili oppure possiamo considerare fissa la manutenzione ordinaria e variabile quella straordinaria.

9) Consulenti esterni

Se ci riferiamo al commercialista, al consulente del lavoro, all’avvocato tenderei per le piccole e medie imprese a considerarli costi fissi. È vero però che per un’impresa che impiega molti lavoratori stagionali nei periodi di punta, il costo dello studio paghe tende ad essere variabile.

Se invece i consulenti esterni sono impiegati direttamente nel lavoro oggetto della vendita sono costi variabili, ad esempio i formatori per una business school, l’ingegnere libero professionista che fa i progetti per un’impresa edile, il radiologo consulente di un ospedale.

10) Ammortamento

Questa voce rappresenta il consumo annuale dei beni di investimento, pertanto è il costo fisso per eccellenza in tutti i tipi di azienda. I beni strumentali infatti si deprezzano anche se non li utilizzo, pensiamo a un automezzo, a un computer, a un qualsiasi macchinario.

11) Affitti e noleggi

Altro costo fisso in tutti i casi in cui il costo è legato al decorso del tempo e non al consumo. Potrebbero essere considerati variabili alcuni tipi di noleggio che si pagano a consumo, un tanto a fotocopia o al chilometro come il car-sharing.

12) Personale

Questa voce rappresenta un grande dilemma. Per una piccola o media impresa, data la legislazione vigente, rappresenta senz’altro un costo fisso.

In una grande azienda il lavoro impiegatizio è un costo fisso, mentre la manodopera può essere considerata variabile se:

  • l’efficienza del processo produttivo è legata all’utilizzo della manodopera;
  • è individuabile una quantità costante di impiego di manodopera per unità di prodotto;
  • per incrementi di attività: esiste la possibilità di utilizzare ore di straordinario;
  • per decrementi di attività: è possibile trasferire il personale ad altre unità o metterlo in cassa integrazione.

In ogni caso la variabilità è più marcata per aumenti di produzione che per diminuzioni di produzione.

Rappresentano invece un costo variabile i lavoratori interinali.

13) Imposte e tasse escluse quelle sul reddito

Abbiamo già visto che le imposte sul reddito hanno una variabilità diversa che non dipende dai volumi di vendita. Esistono però tutta una serie di altre imposizioni fisse sulle quali è bene fare alcune precisazioni:

  • Tassa Occupazione Spazi e Aree Pubbliche (TOSAP): la tassa relativa ai dehors, tende, passi carrabili, chioschi è variabile in funzione dei metri quadrati occupati e del tempo (tutto l’anno o solo alcuni mesi), ma una volta presa la decisione è fissa in relazione ai volumi di vendita.
  • Imposta Municipale Unica IMU: è variabile sulla base della categoria e della rendita catastale dell’immobile, ma rappresenta un costo fisso al variare dei volumi di attività.
  • Tassa sulla Raccolta Rifiuti: qualunque nome assuma in futuro, dipende dal tipo di attività e dai metri quadrati ma, a capacità produttiva definita, è fissa salvo casi particolari.
  • Tassa sull’insegna: dipende dalla superficie, ma è da considerarsi fissa.

Ecco di seguito una tabella riassuntiva.

Esempi-costi-fissi-e-costi-variabili

Perché le aziende preferiscono i costi variabili

Beh, è abbastanza evidente. Quando i ricavi diminuiscono i costi variabili si riducono mentre i costi fissi rimangono costanti. Quindi un’azienda con molti costi variabili patisce meno, in termini di utili, le conseguenze di un calo di fatturato.

Però è anche vero il contrario. Quando il fatturato cresce le aziende con tanti costi fissi ne beneficiano di più in termini di utili perché appunto i costi fissi, nei limiti della capacità produttiva massima, non crescono.

Il problema è che un’azienda ad alta intensità di costi fissi per sopravvivere deve costantemente avere volumi molto vicini alla massima capacità produttiva.

Si dice appunto che la struttura di costi di un’azienda è:

  • flessibile: se prevalgono i costi variabili rispetto ai costi fissi;
  • rigida: in caso contrario se ha più costi fissi che variabili.

L’incidenza di costi fissi aumenta gradualmente passando da aziende di servizi a aziende commerciali a aziende industriali: e anche in quest’ultima categoria esistono aziende industriali leggere e pesanti.

Le imprese di 50 anni fa fabbricavano al loro interno anche le viti. Poi è cominciato il processo di esternalizzazione o outsourcing di alcune attività. Quelle non strategiche. Col tempo, questo processo ha raggiunto, in alcuni casi, conseguenze estreme.

Le aziende oggi, tranne rare eccezioni, non hanno più un servizio di trasporto interno ma si rivolgono a corrieri trasformando in questo modo quello che era un costo fisso, stipendio dell’autista e ammortamento del camion, in un costo variabile. I corrieri, a loro volta, affidano il servizio a “padroncini” che lavorano in proprio.

Come e perché dividere i costi in fissi e variabili

La classificazione dei costi in fissi e variabili ti può aiutare a:

  • fare simulazioni, per vedere come variano i costi totali in diverse alternative di volumi;
  • fare il budget, per stimare l’evoluzione dei costi collegata alle variazioni dei volumi ipotizzate;
  • calcolare il break even point in termini di quantità;
  • calcolare il fatturato di pareggio.

Per classificare i costi della tua azienda, procedi in questo modo:

  • procurati l’elenco di voci di costo e importi relativi ad un periodo, ad esempio utilizzando l’ultimo conto economico che hai a disposizione;
  • ordina le voci di costo in senso decrescente per importo;
  • è anche utile calcolare per ogni voce la percentuale di incidenza sul totale dei costi;
  • procedi all’analisi concentrandoti su quelle più rilevanti;
  • classificale per prevalenza, cioè se una voce al 90% è variabile considerala tutta variabile.

Non ha senso infatti concentrarsi su voci che rappresentano l’1% dei costi totali, o andare a cercare la quota fissa di 20 € nella bolletta della luce da 1.000 €.

Ricorda, infine, che la variabilità o meno dei costi deve essere riferita ai volumi di attività. Solitamente quindi si analizzano i costi operativi.

Se hai qualche suggerimento o qualche voce di costo particolare da segnalare, lascia un commento!

40 commenti su “Costi fissi e costi variabili”

  1. Grazie infinite Maurizio! Un articolo scritto in modo chiaro e comprensibile a tutti e con numerosi esempi: finalmente ho capito!

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  2. Desidero esprimervi sincera gratitudine per il supporto nel calcolo del Break-even. Maurizio si e’ dimostrato una persona competente, preparata e sopratutto molto disponibile e per questo desidero ringraziarlo pubblicamente.

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    • Buonasera Agnese.
      Il suo commento è molto “essenziale”, sembra quasi una domanda da interrogazione 😉 .
      Se assumiamo come ipotesi del modello la linearità dei costi fissi e variabili, a livello unitario:

      • i costi variabili (unitari) sono fissi, perché fare un singolo caffè costerà sempre 20 centesimi (di miscela, acqua, energia, ecc), qualunque sia il volume di produzione;
      • i costi fissi (unitari) invece sono variabili ed esponenzialmente decrescenti, perché se faccio un solo caffè nel periodo questo dovrà sopportare tutti i costi fissi del periodo, se ne faccio due il costo fisso unitario sarà pari ai costi fissi totali diviso due, e così via per effetto delle cosiddette “economie di scala”.

      La saluto cordialmente e le auguro buona serata.
      Maurizio

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  3. Buongiorno Maurizio,
    la stesura del file e dell’articolo sono impeccabili ma nel file Excel dove posso collocare le rimanenze finali di magazzino dell’anno 2019? Se non le inserissi, avrei una squadratura nel conto economico!

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    • Buongiorno Daniele,
      immagino tu ti riferisca al file sul fatturato di pareggio.
      Il file in effetti è semplificato, come il titolo del sito, ed è adatto per un’azienda di servizi che non ha rimanenze.
      Se la tua è un’azienda commerciale saranno i “consumi”, anche detti “costo del venduto”, a rappresentare il costo variabile da inserire nella simulazione.
      In presenza di scorte di magazzino, se queste si riferiscono a materie prime e componenti o merci è necessario determinare il consumo dell’anno seguendo questa regola:
      rimanenze iniziali: ad es. 200 (rimanenze finali 31/12/18 nonché iniziali 1/1/19)
      + acquisti: ad es. 1.000 (acquisti di tutto il 2019)
      – rimanenze finali: ad es. -100 (rimanenze finali 31/12/19)
      = consumi: 1.100
      oppure
      + acquisti: ad es. 1.000 (acquisti di tutto il 2019)
      +/- variazione scorte 100
      = consumi 1.100

      Questa seconda opzione che considera la variazione delle scorte, è un po’ più complicata, in quanto a segni (+ o -), la variazione delle scorte infatti è molto subdola e spesso fa strage agli esami di economia.

      Cerco di esemplificarla nel modo più semplice possibile, con riferimenti più logici che matematici.

      Premettiamo che, lo saprai sicuramente, ma preferisco ripetere una cosa ovvia piuttosto che trascurarla, dire SCORTE, GIACENZE, RIMANENZE, STOCK, INVENTORIES, MAGAZZINO (con riferimento ovviamente al contenuto e non ai muri) è esattamente la stessa cosa.

      Immaginiamo che io abbia i seguenti costi di acquisto di materie prime del periodo presi con segno positivo, ad es. 1.000

      Se le mie scorte (di materie prime o merci) dall’inizio alla fine dello stesso periodo, sono passate da 200 a 300, la variazione (+100) è positiva e le scorte sono aumentate.

      In questo caso, scorte aumentate, vuol dire che non ho consumato tutti i miei acquisti di 1.000 ma 100 di questi sono finiti ad incrementare il magazzino.

      Pertanto l’incremento del magazzino deve essere sottratto dagli acquisti per pervenire ai consumi che rappresentano il vero costo variabile da confrontare con i ricavi, quindi 1.000 – 100 = 900 consumi o costo del venduto

      Nel caso opposto, sempre acquisti di 1.000 ma magazzino che passa da 200 (iniziale) a 20 (finale) la variazione (-180) è negativa e le scorte sono diminuite.

      Se le scorte sono diminuite significa che non ho consumato solo i 1.000 che ho acquistato ma ho anche consumato una parte del magazzino svuotandolo un po’.

      Pertanto la riduzione di magazzino (-180) deve essere aggiunta ai costi d’acquisto con segno + per determinare i consumi (1.000 + 180 = 1.180).

      Ricapitolando:

      • se la variazione di magazzino ha segno + (incremento) deve essere sottratta dal valore degli acquisti presi con segno positivo al fine di ottenere i consumi (sottraggo dai costi di acquisto quello che non ho consumato);
      • se la variazione di magazzino ha segno – (riduzione) deve essere sommata al valore degli acquisti presi con segno positivo al fine di ottenere i consumi (aggiungo ai costi quello che consumato oltre agli acquisti);
      • [se invece ho già i costi d’acquisto con segno meno (-1.000) la variazione di cui sopra non cambia di segno, ma non voglio farti impazzire].

      Mi spiace se la risposta non è semplice, ma l’argomento è veramente complesso.

      Per ogni ulteriore chiarimento, compreso il caso nel quale l’azienda sia manifatturiera o industriale con, in aggiunta alle precedenti. la presenza di rimanenze di prodotti finiti, è possibile chiedere una consulenza personalizzata visitando la pagina consulenza on line.

      Spero di esserti stato d’aiuto (forse avrei fatto prima a scrivere un post dedicato).

      Rispondi
  4. Buonasera Maurizio,

    Avrei una perplessità

    Come mai, visto che il capitale umano ossia il personale è una risorsa non può essere considerato e inquadrato in bilancio come attività ossia asset e invece è gestito come una normale spesa/costo in conto economico?

    Perché non si può investire nelle persone al fine di ottenere un rendimento nel tempo al pari di qualsiasi altro investimento, come quello in macchinari ad esempio e inquadrarlo di conseguenza in bilancio come attività e in conto economico con relativa quota ammortamento?

    Grazie
    Alessio

    Rispondi
    • Buonasera Alessio.
      Hai perfettamente ragione, il capitale umano è forse la risorsa più importante di qualsiasi azienda, che deve il suo successo (e talvolta insuccesso) soprattutto alle persone. Le competenze e la dedizione del personale sono un cosiddetto “intangible asset” (patrimonio intangibile), così come l’identità del marchio, la capacità di innovare, la reputazione dell’azienda, la fidelizzazione dei clienti e molti altri.
      Il bilancio riporta dati storici dell’azienda il più oggettivi possibili cioè basati su transazioni e giustificativi (atti d’acquisto, fatture, scontrini, cedolini paga, bollette) e quindi se ogni azienda fosse libera di attribuire un valore arbitrario ai cosiddetti intangibili, perderebbe questa sua auspicata soggettività.
      Questo è il motivo per il quale il personale appare solo come costo e non anche come investimento o ricchezza (che in realtà è).
      Ciò non toglie che, in fase di valutazione di azienda, ad esempio per la vendita/acquisto, queste poste vengano valutate e costituiscano un sovrappiù anche cospicuo che il compratore può essere disposto a pagare oltre al valore contabile e storico degli asset fisici che acquisisce.

      Rispondi
    • Ciao Veronica, il rapporto tra costi fissi e costi variabili in un’azienda dipende:

      • dal business nel quale opera;
      • dalle scelte di esternalizzazione o outsourcing.

      Mi spiego meglio.
      Riguardo al primo punto tanto più l’azienda opera in un settore industriale “pesante” tanti più saranno i suoi costi fissi (ad es. per personale e ammortamenti di macchinari e impianti molto costosi) mentre se l’azienda opera in settore a bassa intensità di investimenti, commerciale o, addirittura, di servizi, i costi fissi saranno tendenzialmente via via decrescenti. A un’estremo abbiamo l’industria automobilistica, di trasporto aereo, di produzione di acciaio o di estrazione di petrolio, all’altro il libero professionista o la piccola impresa familiare di pulizie.
      Per quanto riguarda il secondo punto, e queste sono scelte aziendali, in linea di massima, un’azienda che “fa tutto dentro” avrà molti costi fissi (personale e ammortamenti) mentre un’azienda che “compra tutto fuori” o effettua pura intermediazione avrà molti costi variabili.
      Vantaggi e svantaggi dei costi fissi: in fase di vendite crescenti i costi fissi non aumentano (entro i limiti di capacità produttiva che la struttura ti consente), in fase di vendite decrescenti i costi fissi non diminuiscono, almeno nel breve periodo. Però le aziende con tanti costi fissi hanno il controllo del processo e sono difficilmente “scavalcabili”.
      Vantaggi e svantaggi dei costi variabili: unitariamente sicuramente costano di più e in fase di vendite crescenti aumentano anche sensibilmente, mentre in fase di vendite decrescenti, al limite, si possono anche ridurre a zero. Però le aziende con tanti costi variabili non hanno il controllo del processo e sono più facilmente “scavalcabili”.
      Quindi un’azienda decide di aumentare gli uni o gli altri in base alle sue scelte strategiche e in relazione alle sue previsioni di vendita.
      Per farti un’esempio (approssimato) nel mio campo una società di formazione potrà assumere un formatore e comprare (ammortamento) o affittare stabilmente un’aula solo se prevede di saturarle almeno nel 50% dei giorni dell’anno (dato inventato che però si può calcolare numericamente).
      Altrimenti le converrà contattare un formatore esterno libero professionista (come me) e affittare l’aula solo nei giorni necessari.
      Spero di aver chiarito il tuo dubbio.

      Rispondi
  5. Buonasera
    gestisco un negozio di arredamento e sostengo costi di assistenza in garanzia legale per i primi due anni dall’acquisto dei mobili. tali costi sono da considerarsi variabili ?
    se e’ cosi dovrei includerli nel mio margine di contribuzione?

    Rispondi
    • Buongiorno Francesco.
      Bella domanda e interessante ragionamento.
      Risposta breve: sì, considerali fissi.
      Risposta articolata: i contributi INPS dei commercianti sono personali, cioè li paghi tu e non l’azienda, e si calcolano sul reddito del titolare o del socio. quindi il reddito dell’azienda diviso tra i soci in proporzione alle rispettive quote di partecipazione.
      Per redditi del singolo fino a 15.550 € circa si versa comunque l’importo minimo che è di 3.850 € circa.
      Questo significa che se hai un reddito di 2.000 devi comunque pagarne 3.850.
      Per redditi che superano i 15.550 fino a 76.870 € bisogna aggiungere il 24% circa calcolato sulla parte che supera i 15.550.
      Quindi il massimo a cui possono arrivare, per redditi uguali o superiori a 76.870, è di 18.600 € (sempre circa).
      Sarebbero quindi più variabili che fissi ma il problema è che la variabilità dipende dal reddito e non dalle quantità vendute o dal fatturato.
      Quindi per calcolare in modo semplice un Break Even, sia in termini di quantità che di fatturato, è meglio stimarli e considerarli fissi.
      Se invece ti riferivi ai contributi INPS dei dipendenti, a parità di forza lavoro, considerali fissi.
      Spero di esserti stato utile e di non averti confuso le idee.

      Rispondi
      • Grazie mille gentilissimo. Risposta molto esaustiva. Invece le imposte sul reddito posso considerarle variabili o sono escluse totalmente sia dai costi fissi che variabili? Grazie di nuovo. Buona giornata

        Rispondi
        • Ciao Francesco.
          Ho capito che sto parlando con uno che “se ne intende” perché hai detto le “imposte sul reddito” invece di “le tasse sul guadagno” quindi “alzerò un po’ il tiro”. 😉
          Solitamente il Break Even si calcola a livello di risultato operativo di azienda cioè escludendo:

          • le imposte e le contribuzioni personali dell’imprenditore (IRPEF e INPS);
          • gli interessi passivi sul debito bancario;
          • le imposte aziendali;

          Però capisco benissimo l’esigenza di calcolarlo in modo che comprenda tutto, quindi se vuoi calcolare un Break Even ipotetico e globale per l’anno prossimo:

          • per i costi variabili ipotizza la stessa incidenza %, leggermente di più se i prezzi di acquisto aumenteranno, leggermente di meno se i tuoi prezzi al cliente diminuiranno (questo influisce sul margine di contribuzione %);
          • per i costi fissi operativi mantienili costanti, un po’ di più se affitterai un altro locale o assumerai altro personale e viceversa;
          • per i costi non operativi: gli interessi passivi stimali rispetto al debito e considerali fissi, le imposte stimale rispetto al reddito presunto e considerale fisse, idem per l’INPS, questo è il calcolo più prudenziale.

          Devi però essere conscio del fatto che al Break Even globale l’INPS è al minimo, le imposte aziendali sono a zero (eccetto l’IRAP) e le imposte personali sono zero.
          Ho capito che non farò mai più una consulenza su questo argomento perché ho già spiegato tutto sul sito.

          Rispondi
    • Salve Matteo, ecco alcuni esempi:

      • la manutenzione: se utilizzo un impianto, un macchinario, un automezzo per 8 ore avrà un certo costo di manutenzione, se ne faccio un utilizzo intensivo, ad esempio per 24 ore cioè 3 turni da 8 ore, probabilmente il costo di manutenzione sarà più che triplo perché l’impianto tenderà a guastarsi un po’ più che in proporzione;
      • il costo del lavoro: se chiedo ai dipendenti di “fare dello straordinario” o di lavorare la notte o i festivi sicuramente il costo orario del lavoro crescerà in modo più che proporzionale, a seconda del contratto di lavoro;
      • il costo di alcune utenze: ad esempio 10 centesimi al chilovattora fino a 100 Kwh mensili, 15 cent oltre;
      • il costo di gestione di un magazzino a livello unitario di articolo o collo o chilo, che oltre un certo volume di attività aumenta per inefficienze, errori, motivi di spazio.

      I costi progressivi non sono così frequenti ma possono capitare.
      Spero di esserle stato d’aiuto.

      Rispondi
    • Buongiorno Susy.
      Quando supero la capacità produttiva attuale, “installandone” di “nuova”, i costi fissi crescono con uno scalino.
      Esempi: il bar con una vetrina che si allarga alla vetrina adiacente. Nuovi costi fissi per affitto o ammortamento e probabilmente per personale e la tassa sulla spazzatura che è calcolata sui metri quadrati; l’impresa di autotrasporti che da 6 camion passa a 7, poi 8 e così via; l’impresa manifatturiera che acquista un ulteriore macchinario e/o affitta un capannone in più, la catena di negozi di abbigliamento che apre un nuovo punto vendita; Amazon che apre un nuovo centro smistamento; la banca che apre una nuova filiale.

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  6. Grazie dell’esaustiva spiegazione, espressa anche in modo piacevole alla lettura.
    Vorrei fare una domanda sui costi fissi e variabili: le spese di stampa per il Catalogo generale di un artista, in una associazione senza scopi di lucro a lui dedicata, sono da considerarsi tra i costi fissi o variabili? Grazie

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    • Buongiorno Giada, interessante domanda.
      Per un’associazione senza scopo di lucro il punto di pareggio ha senz’altro senso perché le uscite non devono superare le entrate.
      Tuttavia se le entrate si riferiscono a uno stanziamento fisso e non prevedono alcun introito variabile per cliente/utente/iscritto a fronte di qualcosa che gli viene fornito, non è calcolabile un volume di attività tale da pareggiare, al di fuori del generico “ricavi = costi”.
      Invece se il cliente/utente/iscritto ha diritto a qualcosa rispetto al suo acquisto/adesione/sottoscrizione allora è calcolabile un break even point e assume senso la distinzione tra costi fissi (ciò che farei comunque anche in assenza di sottoscrizioni) e costi variabili (ciò che sostengo specificamente in base al numero di sottoscrittori).
      In tal caso, se il catalogo fosse offerto a fronte di un contributo, le spese fotografiche, di redazione, editing e impaginazione potrebbero essere considerate fisse, in quanto sostenute indipendentemente dal numero di adesioni, mentre le spese di stampa e riproduzione sarebbero da considerare variabili, in quanto dipendenti dal numero di stampe prenotate.
      Spero di esserle stato d’aiuto.

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  7. Buongiorno Maurizio, innanzitutto la ringrazio per la sua chiarezza nella stesura del suo articolo.
    Volevo dunque chiederle se possibile una delucidazione sul perchè l’uso dei costi variabili e flessibili risulti migliore rispetto alle strategie aziendali.
    Grazie mille, buona giornata!

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    • Buongiorno Miriana, grazie degli apprezzamenti.
      Cerco di interpretare la sua domanda. L’utilizzo dei costi variabili e fissi è una semplice simulazione per vedere l’effetto di incrementi o decrementi nei volumi di attività nel breve periodo.
      Come breve periodo solitamente si intende all’interno di una capacità produttiva definita quindi a strategia costante.
      Se l’azienda decide di cambiare strategia questo generalmente modifica i costi variabili e i costi fissi, per cui l’analisi può essere effettuata lo stesso a patto di identificare i nuovi livelli di costi e di prezzi.
      In pratica (non vorrei usare paroloni) passiamo dall’esaminare spostamenti SULLE RETTE (ricavi, costi fissi, costi variabili) per effetto di variazioni nei volumi, a esaminare spostamenti DELLE RETTE per effetto di decisioni strategiche.
      Alcuni esempi: da bed & breakfast ad agriturismo, da uno stabilimento a due stabilimenti, da prodotti low cost a top di gamma, da negozio a e-commerce, da auto a benzina ad auto elettriche, da ingrosso a dettaglio, da Italia a estero, da produzione interna a outsourcing, da monoprodotto a multiprodotto.
      Per quanto riguarda la flessibilità, un’azienda con molti costi variabili ha una struttura di costi flessibile (e viceversa rigida) ma presenta alcune possibili criticità come il basso valore aggiunto.
      Questo, come dettagliato 8 commenti più su in risposta a Veronica, dipende anche da scelte strategiche aziendali che possono essere vincenti sotto certi aspetti o criticabili sotto altri.
      Spero di esserle stato d’aiuto.

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  8. Buongiorno Maurizio, complimenti per la chiarezza espositiva. Vorrei gentilmente chiedere se per una azienda che produce infissi la cancelleria e il materiale pubblicitario sono da considerare costi fissi. Inoltre l’azienda ha sostenuto costi di una certa entità per l’allaccio Enel. Sono costi fissi? Poi sostiene costi di energia abbastanza costanti nel tempo che possono aumentare solo se c’è un incremento dell’utilizzo degli impianti? Sono sempre costi fissi? Grazie per le risposte

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    • Buongiorno Antonio e grazie.
      La cancelleria e il materiale pubblicitario li considererei fissi perché, specie i secondi, sono frutto di una decisione presa a priori. In altre parole non dipendono dalla quantità ma, semmai, è la quantità a dipendere da loro.
      L’allaccio all’energia lo considererei come un investimento, quindi calcolerei una quota di ammortamento da dividere su, diciamo, 10 anni, e lo farei pesare su ogni anno come costo fisso per, appunto, un decimo.
      Per l’energia decidete voi se è più fisso o più variabile. Se negli ultimi anni è stato abbastanza costante perché anche la produzione lo è stata potrebbe essere variabile. Se con cali di produzione non è diminuito invece è fisso.
      Oppure potrebbe considerarlo in parte fisso (illuminazione, PC) e in parte varibile (utilizzo impianti).
      Vale la pena di approfondire la relazione con la produzione solo se il costo dell’energia è importante se paragonato ai costi totali, nel senso che se è il 2% il gioco non vale la candela.

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